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Biblici e Confessionali, o Razionalistici?

Herman Hanko

L’origine delle nostre chiese deve essere spiegata in termini della nostra determinazione di rimanere fedeli ai credi, e noi ancora vogliamo essere conosciute come Chiese confessionalmente Riformate  – Homer C. Hoeksema, God’s Covenant Faithfulness

Introduzione

Una delle accuse che le Chiese Protestanti Riformate (CPR) hanno dovuto fronteggiare nel corso degli anni è quella di razionalismo. Essa ci è stata rivolta ripetutamente e da varie fonti differenti. L’accusa è seria, in parte perché il razionalismo è un’esaltazione della ragione umana peccaminosa ad una posizione in cui essa diviene il solo criterio della verità, ed in parte perché esso è per sua stessa natura anti-biblico. Non si può essere fedeli alle Scritture ed essere razionalisti allo stesso tempo. O si è l’uno o si è l’altro. Infatti il razionalismo è incredulità, mentre fedeltà alle Scritture è fede salvifica.

L’accusa include il metodo teologico che è impiegato nelle CPR. Sono i teologi delle CPR razionalisti o biblici nella loro opera teologica? Qual è precisamente il metodo teologico usato nelle CPR e come viene sviluppata la teologia? Che ruolo ha la Scrittura? E, quasi della stessa importanza, che ruolo hanno le confessioni nell’opera teologica che è stata compiuta ed è ancora compiuta all’interno delle CPR?

Queste domande richiedono una risposta. E’ nostro proposito esplorare questi argomenti in questo capitolo.

L’Accusa di Razionalismo

L’accusa di razionalismo contro la teologia di Herman Hoeksema sembra essere stata sollevata per la prima volta da un ministro della Christian Reformed Church prima della divisione del 1924. Il suo nome era J. K. van Baalen, il libro che scrisse era intitolato De Loochening der Gemeene Gratie (Il Diniego della Grazia Comune).1 Il suo libro fu scritto durante la controversia sulla grazia comune e conteneva l’accusa che coloro che negavano la grazia comune erano colpevoli di Anabattismo.2 Qui non siamo interessati in modo particolare alla questione dell’Anabattismo e della sua relazione alla grazia comune, ma piuttosto ad un’altra accusa di Van Baalen, e cioè che chi nega la grazia comune è colpevole di razionalismo. E’ interessante che Van Baalen ha lanciato questa accusa in difesa di una teologia a “doppio binario.”3

Con teologia “a doppio binario” Van Baalen intendeva una teologia che si muove su due binari paralleli che non si incontrano mai. O, fuor di metafora: una teologia che consiste di due linee di verità che non possono essere armonizzate. La grazia comune è una di queste linee; altre dottrine della fede Riformata che sembrano contraddire la grazia comune rappresentano l’altra linea. Negare la grazia comune era negare l’esistenza di queste due linee col cercare di portare tutte le dottrine della fede in un’unità coerente ed armoniosa. Questo sforzo secondo Van Baalen era “razionalismo.”4

Questa accusa ci rimane tuttora attaccata addosso. Essa è stata fatta, tuttavia, in modo crescente, non per quanto riguarda la grazia comune in generale, ma più specificamente in connessione all’aspetto della grazia comune chiamato “la libera offerta del vangelo,” e per questo userò questa dottrina come il mio principale esempio nella discussione di questa questione. Il problema era che questa dottrina sembrava essere enormemente in contrasto con la tradizionale ortodossia Riformata. Coloro che difendevano la libera offerta credevano nella dottrina Riformata e Calvinista della predestinazione, incluse l’elezione e la riprovazione. Ma la libera offerta insegna che Dio desidera salvare ogni singolo che ode il vangelo. Questa è un’intollerabile contraddizione. Da un lato Dio determina di salvare soltanto alcuni, cioè quelli che sono eletti, e dall’altro Dio desidera salvare tutti i singoli che odono il vangelo, e così nei confronti di alcuni Dio vuole che siano salvati e vuole che non siano salvati.

Questa contraddizione è inerente alla libera offerta. Nel condannare la libera offerta Hoeksema ha fatto notare che tali idee contraddittorie sono nonsenso. Dio non può volere e non volere la salvezza di un individuo nello stesso senso. O, per dirla differentemente, Dio non può voler salvare un uomo e allo stesso tempo volerlo dannare. La contraddizione è ovvia e senza soluzione. Ma i suoi accusatori piuttosto che abbandonare la dottrina della libera offerta lo accusarono di razionalismo, cioè di peccare di mettere la sua propria mente al di sopra delle Scritture. Essi considerarono questa accusa giustificata dal fatto che egli rifiutava di accettare contraddizioni nella Scrittura. Non accettare contraddizioni è assumere un atteggiamento razionalistico nei confronti della Parola di Dio.

In difesa della posizione che nella Scrittura sono insegnate concezioni contraddittorie si fece appello a ciò che venivano chiamati “paradossi,” o “contraddizioni apparenti,” o “misteri.” Tutte e tre i termini erano intesi significare la stessa cosa, e tutti e tre furono usati per giustificare contraddizioni nella teologia. Secondo quelli che impiegavano questi termini il punto era questo: le “contraddizioni” nella Scrittura sono soltanto contraddizioni apparenti. Esse sono paradossi che non possiamo risolvere, ma che hanno una soluzione. Esse ci sembrano contraddirsi ma ad un livello più elevato sono in perfetta armonia l’una con l’altra. Esse, quindi, sono “misteri” che non possiamo sciogliere.

Ma i difensori di un tale modo di pensare andarono anche un pò oltre. Essi sostennero che la ragione per cui queste dottrine ci sembrano contraddirsi è che la nostra comprensione è così limitata che non ne possiamo vedere l’armonia. Dobbiamo credere, come un atto di fede, che nella mente di Dio queste cose sono perfettamente armoniose e che nessuna contraddizione esiste tra di loro.

Questo appello al carattere limitato della nostra conoscenza in relazione all’onniscienza di Dio ha un suono molto umile e pio ed indubbiamente rende l’accusa di razionalismo plausibile.

In terzo luogo, vi è un altro elemento che fu introdotto nella discussione e che risultò in ulteriore confusione, ma che è cruciale per una comprensione dell’intero problema, ed è l’elemento del fare distinzione tra la “volontà rivelata” di Dio e la Sua “volontà segreta” o “nascosta.”

Questa distinzione assunse vari nomi. La volontà segreta di Dio a volte fu chiamata “volontà decretiva,” o “la volontà del decreto di Dio,” mentre la volontà rivelata di Dio fu chiamata la Sua “volontà precettiva,” o “la volontà di comando di Dio.”

Ma la terminologia significa la stessa cosa. Dio aveva decretato che avrebbe salvato soltanto quelli che aveva scelto in Cristo secondo il Suo sovrano decreto di elezione, ma nella Sua volontà rivelata Dio rende noto che è il Suo serio ed ardente desiderio che tutti gli uomini siano salvati, e che questo desiderio manifesta l’amore di Dio per tutti gli uomini.

Questa era la distinzione fatta dal Professor W. Heyns, le cui vedute furono adottate dalla CRC. Egli scrive,

A chi è offerta la salvezza in Cristo? E questa è una questione che concerne le cose rivelate. Nell’Arminianesimo abbiamo uno sforzo di portare in accordo le cose segrete e quelle rivelate. Ciò è fatto distorcendo le cose segrete nella maniera tale che quelle rivelate sembrano richiedere. Ciò non può essere fatto. Fare lo stesso nell’altra direzione sostenendo che la grazia è offerta soltanto agli eletti, non è una distorsione minore della verità.5

La Posizione di Cornelius Van Til

A questo punto è necessario introdurre nella discussione la concezione di Cornelius Van Til, un ministro nella CRC e professore di apologetica al Westminster Theological Seminary a Philadelphia. Anche se Van Til ha compiuto la maggior parte del suo lavoro durante i suoi anni a Westminster, la sua posizione è importante per la nostra discussione perché anche se Westminster è un seminario Presbiteriano, la Orthodox Presbyterian Church era, nei tardi anni ’40 del 1900, nel mezzo di una controversia proprio su questa questione. Siccome Herman Hoeksema stesso era stato accusato di razionalismo, questa controversia attirò la sua attenzione ed egli vi dedicò ampio spazio sullo Standard Bearer. In connessione a questi commenti egli ha esposto alcune delle sue idee a riguardo degli argomenti che erano oggetto di discussione.

La controversia turbinò intorno alle vedute di Gordon H. Clark. Clark fu accusato di negare l’incomprensibilità di Dio, di razionalismo, e di negare la libera offerta del vangelo. Il suo principale oppositore nella controversia era Cornelius Van Til.

Se da un lato Hoeksema pensava che il punto dell’incomprensibilità di Dio era piuttosto astratto e più adatto ad una discussione teologica in una conferenza che ad una controversia nelle corti ecclesiastiche, egli discusse ampiamente la questione della libera offerta, insieme alla questione delle contraddizioni apparenti.6

Non è facile dire quali dei punti di discussione nel dibattito era il più importante. A volte sembra che la questione dell’incomprensibilità era quella principale. Ma dopo aver letto li materiale, si è condotti nella direzione di credere che specialmente Van Til, sotto l’influenza del suo background nella CRC, era interessato a fare pressione sulla questione della libera offerta, sia nel Westminster Theological Seminary che nella Orthodox Presbyterian Church.7

Gordon Clark negava l’idea della libera offerta, in parte perché essa creava contraddizione in Dio. Gli oppositori di Clark insistevano che, se era vero che la libera offerta sembrava veramente creare contraddizione in Dio, questa contraddizione era solo apparente, un paradosso, un mistero. Negare che Dio esprimesse nel vangelo un desiderio di salvare tutti gli uomini perché ciò contraddiceva la determinazione di Dio di salvare soltanto gli eletti per loro era dire che Dio è in grado di essere compreso pienamente. In altre parole, Van Til e quelli che erano d’accordo con lui insistettero che siccome la voragine tra l’uomo e Dio è infinitamente grande, tutto ciò che l’uomo può mai conoscere di Dio sono premesse contrarie. Le limitazioni dell’uomo necessitano che la sua conoscenza di Dio sia essenzialmente limitata a proposizioni apparentemente contraddittorie.8

Quando John M. Frame discute la questione della libera offerta nel suo libro su Van Til, egli stesso fa un serio errore nell’argomentazione logica che è degno di essere messo in evidenza, perché è un errore che è fatto spesso da chi critica la posizione delle CPR a riguardo della loro reiezione della libera offerta. Infatti, è precisamente questo errore che conferisce una certa plausibilità all’accusa di Ipercalvinismo.9

Come ho detto, la difesa della libera offerta include un’incorretta interpretazione della distinzione tra la volontà decretiva e quella precettiva di Dio. Secondo la volontà decretiva, Dio determina di salvare soltanto i Suoi eletti. Secondo la Sua volontà precettiva, Dio desidera salvare tutti gli uomini. Che vi sia contraddizione tra queste due volontà è giustificato sulla base della dottrina del paradosso o della contraddizione apparente.

Ma vi è un pecca fatale in questo argomento, un errore che è inescusabile in un uomo dell’abilità di Frame. Egli argomenta che Dio spesso esprime un desiderio per cose che non ha comandato. Come illustrazione di questo, egli mette in evidenza il fatto che anche se Dio aveva determinato che Caino uccidesse Abele, tuttavia l’omicidio di Abele era contrario al comandamento di Dio.

Nessuno che sostenga la verità della sovranità di Dio dibatterebbe la proposizione che anche se Dio aveva determinato che Caino uccidesse Abele quest’opera era una terribile violazione del comandamento di Dio.

Né le CPR hanno mai negato che Dio comandi a tutti gli uomini dovunque di osservare la Sua legge. Siccome tutti gli uomini hanno infranto la Sua legge, Dio comanda a tutti gli uomini di ravvedersi e di credere nel Signore Gesù Cristo. Questo comando, secondo i Canoni di Dordt II:5, è messo davanti agli uomini nella proclamazione del vangelo: “Questa promessa, insieme con il comandamento di ravvedersi e credere, dovrebbe essere dichiarata e pubblicata a tutte le nazioni …” E’ un punto enfatizzato dalle CPR nella misura in cui ogni proponente della libera offerta potrebbe desiderare.

Ma il comando del vangelo non è affatto il punto della questione. Precisamente qui Frame fa un sottile, ed io spero inconscio, slittamento di linguaggio che è totalmente ingiustificato. Egli identifica il comando di ravvedersi e credere in Cristo con il desiderio di Dio di salvare tutti gli uomini. L’argomento sarebbe: Se Dio comanda seriamente a tutti gli uomini di ravvedersi, Dio desidera, o vuole che tutti gli uomini siano salvati. Se Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, Egli ama tutti gli uomini ed è grazioso verso tutti gli uomini. Né Van Til, che fece la medesima distinzione, né Frame, né alcun altro difensore della libera offerta ha alcun diritto di farlo. Frame sta parlando del comandamento del vangelo, giusto. Egli sta parlando della volontà precettiva di Dio espressa nel comandamento del vangelo. Siamo tutti d’accordo. Ma poi non deve includere in questa volontà precettiva il desiderio di Dio di salvare tutti gli uomini! Il desiderio di Dio non è il Suo comando. Il desiderio di Dio è ciò che Egli vuole fare, ciò che Egli si è eternamente proposto nel Suo consiglio. Il desiderio di Dio è la Sua volontà decretiva. Appena si parla di un “desiderio” di Dio, si parla della Sua volontà decretiva, non precettiva!

Una tale mancanza di distinzione a questo punto cruciale in Frame, come in molti altri, è motivo di enorme confusione ed è intollerabile.10

Tuttavia, non è questo il punto che mi interessa enfatizzare al momento. Ciò che mi interessa mostrare a questo punto è che l’intera dottrina del paradosso e delle contraddizioni apparenti fu usata per difendere la libera offerta del vangelo in circoli Presbiteriani come in chiese Riformate.

Così accadde che chiunque opponesse la libera offerta e che dicesse che una tale concezione creava contraddizione in Dio era accusato di razionalismo. In altre parole veniva accusato di porre la propria mente al di sopra della Scrittura.

E’ questa accusa che ha bisogno di essere esaminata in connessione a quanto forse può essere chiamato il metodo teologico delle CPR.

Una Difesa contro l’Accusa di Razionalismo

E’ ironico che il teologo che forse più di ogni altro nel ventesimo secolo è stato un teologo biblico dovesse essere condannato di razionalismo. Ed è ancora più ironico che l’accusa di razionalismo dovesse essere posta a carico di Hoeksema a motivo del suo diniego della libera offerta del vangelo. Ciò è vero specialmente quando consideriamo il fatto che la tradizione Riformata dal tempo della Riforma ha ripudiato la teologia della libera offerta del vangelo, e che essa era insegnata da parte di coloro che adottavano l’errore Arminiano.11

Hoeksema mostra che appellarsi al paradosso, alle contraddizioni apparenti, o al “mistero,” è soltanto difendere qualcosa come Riformato che invece è chiaramente Arminiano.

… Perché parlano sempre di “mistero” quando comparano questa offerta alla dottrina dell’elezione e della riprovazione? In realtà non vi è alcun mistero nell’insegnamento che Dio fa predicare il Suo vangelo a tutti senza distinzione, e questo per salvare gli eletti ed indurire gli altri. La chiamata attraverso il vangelo rende responsabili i reprobi malvagi, pone la depravazione del loro cuore peccaminoso nella più chiara luce ed incrementa il loro giudizio. Questo è l’intento di Dio nella predicazione del vangelo nei loro confronti. Il risultato che segue la predicazione corrisponde completamente all’intento di Dio, quindi. E Dio adempie il Suo consiglio. Egli tiene ancora l’uomo come responsabile, e mantiene ancora la Sua giustizia. Cosa c’è qui di così tanto incomprensibile? Questo è il chiaro insegnamento delle Scritture …

No, l’incomprensibile, il nonsenso della presentazione si crea quando si cerca di amalgamare l’insegnamento Arminiano di un’offerta generale all’insegnamento Riformato della grazia particolare. E’ allora che si dice: Dio desidera di salvare soltanto gli eletti; Cristo ha compiuto espiazione soltanto per loro; Dio dà la Sua grazia ed opera la conversione soltanto in loro, ma tuttavia Dio offre la Sua grazia sinceramente a tutta l’umanità, con l’intento sincero di salvare tutti; e se questa grazia non è accettata il risultato quindi non corrisponde all’intento di Dio!

Questo non è un mistero. E’ nonsenso … Si vuole congiungere la menzogna alla verità. Quindi ci si riduce ad un cosiddetto “mistero.”12

Qual è precisamente la posizione delle CPR su questo punto? Sono esse razionalistiche?

Cominciamo con la questione dell’incomprensibilità. Dio è incomprensibile?

In risposta a questa domanda, Hoeksema fa un’importantissima distinzione tra l’incomprensibilità di Dio e l’inconoscibilità di Dio.13 Egli certo sostiene che Dio è incomprensibile perché Egli è l’Infinito, e noi siamo mere creature. In questo caso “incomprensibile” significa “non completamente o esaustivamente conoscibile.” Perfino nell’eternità, anche se Dio sarà l’oggetto della nostra eterna contemplazione, noi non Lo conosceremo mai pienamente, e non giungeremo nemmeno vicino a conoscerlo pienamente, e a capire completamente le Sue opere o il Suo essere. Noi non Lo comprenderemo mai perché Egli è l’Infinito.

Ma tale incomprensibilità non deve essere confusa con l’inconoscibilità. E’ vero che non possiamo conoscere affatto Dio da noi stessi. Noi non possiamo salire la scala della conoscenza e rendere Dio l’oggetto della nostra investigazione. Dio deve rivelare Se Stesso. Cioè, Dio deve parlare di Se Stesso a noi in un modo che possiamo capire.14

La rivelazione è centralmente Cristo Stesso, che è la Parola di Dio, la Parola che Dio pronuncia (Giovanni 1:1-3). Dio rende conosciuto Se Stesso in tutte le Sue perfezioni in Gesù Cristo, la Parola divenuta carne. Questa rivelazione in Cristo è infallibilmente registrata nella Sacra Scrittura. Essa non è esaustiva della verità per come essa è in Dio, perché Dio rimane l’Infinito, mentre la Sua rivelazione, adattata a noi che siamo sempre creature finite, è anch’essa finita. Ma essa è sufficiente per la nostra salvezza, cioè da essa ricaviamo una conoscenza sufficiente di Dio in Gesù Cristo in modo che possiamo essere salvati.15

A motivo della rivelazione, Dio può essere conosciuto, ma soltanto perché la Sua rivelazione è il Suo linguaggio adattato a noi in un modo tale che noi creature possiamo capirlo.16 Ma la nostra capacità di capire o conoscere questa rivelazione non implica quella di poterlo comprendere.

Vi è qui un importante principio riguardante ogni conoscenza. La conoscenza non dipende dalla comprensione, se per comprensione intendiamo una conoscenza totale ed esaustiva. Anche se io, e molte altre persone non hanno la conoscenza di una rosa uguale a quella che ne ha un biologo, io conosco una rosa. La conosco in modo che posso riconoscerne una quando la vedo, e la conosco a sufficienza da poter distinguere la sua fragranza, bellezza e colori. Infatti, da un certo punto di vista, è impossibile per un uomo comprendere qualsiasi singola creatura della creazione di Dio. Una piena conoscenza, una piena ed esaustiva comprensione perfino di una foglia su un albero è oltre le nostre capacità. E così questo è ancora più vero per quanto riguarda la Sacra Scrittura. Anche se essa è finita, le sue profondità sono inscrutabili, ed anche se la studiamo tutta la nostra vita, la conosciamo soltanto in parte. Tuttavia oltre e dietro la Scrittura si trova il Dio infinito che ha fatto la Scrittura, come anche il sistema solare e le galassie e la molecola di DNA di una cellula.

Il razionalismo è qualcosa di abbastanza differente. E’ l’opposto stesso della fede con la quale il credente approccia la Scrittura. Il credente nella Parola di Dio sottomette tutto il suo pensiero alla Sacra Scrittura. Il razionalista pretende di essere in grado di scoprire la verità a parte dalla Scrittura e con il suo proprio intelletto naturale. Egli conferisce dei poteri al suo intelletto che esso non ha e lo eleva ad una posizione in cui esso diventa il solo arbitro della verità. Il razionalismo esalta l’uomo. Il razionalismo abbandona la Scrittura. Il razionalismo non ha bisogno della fede. Per il razionalista la mente dell’uomo è sufficiente. Questo è razionalismo.

Hoeksema è mai stato un razionalista? Se lo fosse stato si dovrebbe essere in grado di provarlo. Si dovrebbe essere capaci di mettere in evidenza un solo passaggio in tutti i suoi scritti dove egli ha posto la mente umana al di sopra della Scrittura. Le CPR sono razionalistiche? Non è abbastanza mostrare che le CPR sono opposte all’idea che vi siano contraddizioni nella Scrittura, perché non è questo il razionalismo. Invece di lanciare semplicemente l’accusa, si dimostri dagli scritti che sono giunti dalle penne delle CPR che essi sono razionalistici. Pochi scritti negli ultimi 100 anni sono così accuratamente basati sulla Scrittura come quelli delle CPR. E chiunque abbia frequentato mai una delle CPR nella loro adorazione nel Giorno del Signore dovrebbe ammettere che ogni sermone è un’accurata esposizione della Sacra Scrittura ed un serio tentativo di portare la congregazione in sottomissione alla Parola di Dio.

Razionalismo e Paradosso

Tuttavia, in connessione con la disputa a riguardo della libera offerta, è stato ripetutamente detto che se non si crede nei paradossi o nelle contraddizioni apparenti allora si è razionalisti. La ragione dietro questo, così è detto, è che la Scrittura stessa è piena di contraddizioni apparenti o di paradossi, e che una fedele sottomissione alla Scrittura include necessariamente essere disposti ad accettare i paradossi.

La questione dei paradossi, o contraddizioni, coinvolge la questione della logica, a cui dobbiamo quindi prestare un pò di attenzione.

Questo aspetto della questione fu trattato in modo estensivo da Hoeksema in una lunga analisi di un libro di Cornelius Van Til sulla grazia comune.17 In una serie di articoli sullo Standard Bearer Hoeksema analizzò il pensiero di Van Til.18 In questa serie furono stabiliti alcuni interessanti punti che indicano qual è il metodo teologico che le CPR considerano essere quello appropriato, specialmente in contrasto a coloro che difendono il paradosso come necessità all’approccio ermeneutico.

Van Til aveva fatto una strana osservazione a riguardo della logica nel corso dei suoi scritti, perché aveva sostenuto che la logica dei non credenti è differente da quella dei credenti.19

In apparenza la ragione per cui Van Til voleva distinguere tra una logica credente ed una non credente era per fare spazio alle contraddizioni all’interno della logica del credente, che, invece, come ognuno sa, non esiste in quella del miscredente.

Hoeksema ripudia questa nozione, anche se ammette che non è sicuro di cosa Van Til intendesse con questa distinzione.20 Egli dice che le regole della logica sono le stesse per un credente ed un non credente, proprio come i teoremi della geometria o le equazioni algebriche sono le stesse per entrambi [N.d.T. e per Dio!].

Ciò non vuol dire che le premesse dalle quali parte il credente nel suo ragionamento logico non siano fondamentalmente differenti da quelle del non credente, perchè quelle di quest’ultimo partono con un diniego di Dio, questa è la sua premessa fondamentale, mentre il credente inizia con Dio. Quindi le conclusioni a cui giunge un credente sono differenti da quelle a cui giunge un non credente. Ma la differenza non sta nella logica usata. Essa è esattamente la stessa.

In secondo luogo, Hoeksema sostiene anche che, siccome la logica è la logica, che la usi un credente o un non credente, la legge di contraddizione è valida per entrambi. Van Til sostiene che nel suo pensiero può ritenere entrambi i lati di una contraddizione. Hoeksema disse che questa è essa stessa una contraddizione.21 Non si può dire che una mela è sia una mela che un alligatore allo steso tempo e nello stesso senso. Né si può dire che una mela è una mela e non è una mela nello stesso momento e nello stesso senso della parola. Ciò non ha senso, e difatti è nonsenso.

Tuttavia una tale posizione illogica è necessaria se si vuole dire che Dio non ama tutti gli uomini e che Egli ama tutti gli uomini nello stesso senso e allo stesso tempo, precisamente la veduta, cioè, di coloro che sostengono la libera offerta.

In terzo luogo, Hoeksema non nega il “mistero,” perché la Scrittura parla spesso di mistero. Ma, secondo la Scrittura, il mistero non è una contraddizione logica, ma è qualcosa che non può essere conosciuto dall’uomo se non per rivelazione. E, nella natura del caso, siccome tutte le opere di Dio sono al di là di poter essere comprese completamente, un mistero è impenetrabile.22 Ma ciò non significa che un mistero, biblicamente inteso, sia inconoscibile. Noi conosciamo il grande mistero di Dio venuto in carne. Possiamo penetrarne la sua grandezza? No. E’ contraddittorio? Assolutamente no. Viola forse qualche legge della logica questo? Ovviamente no. Ma è la sapienza di Dio che è stoltezza per gli uomini perché gli uomini sono increduli.

Questo punto è approfondito nell’analisi di Hoeksema della controversia Clark-Van Til. In connessione allo scontro che vi fu nella Orthodox Presbyterian Church a riguardo dell’incomprensibilità di Dio, Hoeksema sostiene che “o la logica della rivelazione è la nostra logica, o non vi è rivelazione.”23 Con questa affermazione egli intende dire ovviamente che se la rivelazione della Scrittura non è strutturata logicamente, secondo le leggi della logica, allora per noi è impossibile poterne aver alcuna conoscenza, perché non possiamo acquisire conoscenza di qualcosa che non è strutturata secondo le leggi della logica.

Van Til aveva corroborato il suo punto che Dio è incomprensibile sostenendo che qualsiasi proposizione riguardante qualsiasi cosa ha un significato differente per Dio da quello che ha per l’uomo.24 Quando Dio dice qualcosa, Egli con essa intende dire qualcosa di completamente differente da ciò che intende l’uomo quando dice la stessa cosa. Ciò ne consegue dal fatto che la logica di Dio è differente da quella dell’uomo. Contro questa posizione Hoeksema ha detto: “Dire che qualsiasi proposizione non ha lo stesso significato per Dio e per l’uomo, mi sembra una contenzione razionalistica, perché non è derivata dalla Scrittura.”25

Se, quindi, la posizione di Van Til è corretta, Dio non soltanto è incomprensibile, ma anche inconoscibile. Ciò che è illogico è nonsenso, e non può essere conosciuto. Se tutta la verità è illogica ed è nonsenso, non può essere conosciuta. Così Dio, che è la verità, rimane per sempre sconosciuto.

Razionalismo e Scrittura

Quando Hoeksema insistette che i principali punti nella controversia tra Clark e Van Til, ovvero l’incomprensibilità e l’inconoscibilità di Dio erano soggetti adatti ad essere discussi in una conferenza teologica, ma che i punti importanti, ovvero la libera offerta del vangelo, erano questioni riguardanti la Scrittura e la sua interpretazione, egli seguì il suo stesso consiglio e procedette a discutere i punti sollevati dalla controversia per quanto essi avevano a che fare con la Parola di Dio e quanto essa diceva a riguardo.

Coloro che accusarono Clark di errore, primo tra i quali Cornelius Van Til stesso, adottarono la posizione che qualsiasi tentativo di armonizzare la Scrittura era di per sé razionalismo. Questa posizione, ovviamente, era in perfetta armonia con la loro nozione che la logica della fede è differente da quella dell’incredulità. Essi insistevano che la logica della fede permette contraddizioni, mentre la logica dell’incredulità, che cerca di armonizzare tutte le verità in un tutto coerente, è razionalismo.

Contro questa nozione Hoeksema insistette che l’idea di contraddizione apparente è contraria alla natura della Scrittura stessa. Se dobbiamo conoscere ciò che la Scrittura insegna e dobbiamo capire la rivelazione di Dio, la Scrittura non può avere contraddizioni in essa. “La dogmatica procede dall’assunzione che la verità rivelata nella Bibbia può essere formulata in un sistema logico,” scrisse Hoeksema.26

Questa asserzione che la Scrittura possa essere formulata in un sistema logico secondo Hoeksema significa due cose. Primo, la Scrittura è una perché Dio è uno. Siccome Dio è uno, la Sua rivelazione è una. E siccome la Sua rivelazione è una, l’infallibile registrazione di questa rivelazione è anche una.27 Secondo, la Scrittura deve essere conosciuta secondo la regula Scripturae, la regola della Scrittura, o, come a volte è chiamata, l’analogia fidei, l’analogia della fede.

Entrambi queste idee necessitano di una breve spiegazione.

Che Dio sia uno significa non soltanto che vi è un solo Dio, ma anche che tutte le opere di Dio sono una in Lui, tutti i Suoi attributi sono essenzialmente uno, tutti i Suoi pensieri e i propositi della Sua volontà sono uno. Non vi può essere conflitto, contraddizione, disarmonia in Colui che solo è Dio.

La rivelazione di Dio anche è una perché Dio ha determinato di rivelare Se Stesso attraverso Gesù Cristo, il Suo unigenito Figlio, nostro Signore. Tutto l’essere di Dio, tutte le Sue opere, e tutte le Sue perfezioni sono rivelate attraverso Cristo, che è la seconda persona della Trinità nella nostra carne. Proprio come Dio è uno, Colui che rivela Dio a noi nelle Sue persone, nature, ed opere è anche uno.

Dunque, la registrazione di quella rivelazione nella Sacra Scrittura è anche una. Essa è una perfetta unità ed armonia. Essa canta una sola dossologia di lode in cui non vi sono note discordanti. Questa asserzione di unità non nega che la Scrittura contenga una grande e gloriosa diversità. Essa contiene diversità di testamenti, diversità di lingue, diversità di autorità, diversità di generi letterari, diversità di stile, diversità di milieu culturali a cui è indirizzata. Ma il principio della sua unità è che la Scrittura, in tutte queste parti così tanto eterogenee, è la registrazione della rivelazione di Dio in Cristo. La diversità della Scrittura può essere paragonata a quella di un ritratto. Un ritratto ha diversità di parti per quanto riguarda il volto, i personali, presenta varietà nello sfondo, e diversità di colori. Ma la diversità è unita dal e nel solo principio che è essa costituisce un solo perfetto ritratto di una sola persona. Così la Scrittura è un solo ritratto unitario del nostro Signore Gesù Cristo.

Se questo ritratto contiene elementi auto-contradittori diviene inintellegibile. Se un ritratto di un influente uomo di Stato contiene il corno di un unicorno come anche quello di un naso umano, una terra devastata e brulla di una piana lunare come anche dei capelli, gli occhi di una volpe insieme ad orecchie umane, i rami di un albero che gli crescono fuori da un occhio, allora uno che lo guarda dirà: “Ma ciò non ha senso. Non posso conoscere niente a riguardo dell’uomo di Stato in base a questo ritratto.”

La logica non è nient’altro che la descrizione delle relazioni in cui le cose sono correlate l’una all’altra. Nella sola unità della creazione, ogni creatura si trova correlata ad ogni altra. La logica definisce questa relazione. Niente di più. Quando la Scrittura registra la sola verità di Dio in Gesù Cristo, la teologia descrive cos’ è ogni verità in essa contenuta e in che relazione si trova ad ogni altra.

E siccome la più fondamentale e più basilare relazione in cui tutte le cose esistono nella creazione è quella nei confronti di Dio, il loro Creatore, questa relazione in cui ogni cosa si trova nei confronti di Dio è l’unica per la quale tutte le cose si possono conoscere in modo vero. Così, siccome la Scrittura è la sola registrazione dell’unica rivelazione di Dio in Cristo, così anche tutte le verità della Scrittura sono correlate in un modo tale che tutte puntano all’unico Dio, conoscere il quale è la vita eterna.

Negare questa caratteristica della Scrittura è negare la possibilità di qualsiasi conoscenza di Dio. Dire che la Scrittura contiene contraddizioni è negare la rivelazione.

L’Analogia della Fede

Che la verità rivelata nella Bibbia possa essere formulata in un sistema logico, significa, in secondo luogo, che si può parlare di una “regola della Scrittura,” o di un’”analogia della fede.” Hoeksema scrive, “La regula Scripturae, significa che in tutta la Bibbia vi è una coerente linea di pensiero …”28

L’espressione “analogia della fede” era usata nella Riforma del sedicesimo secolo e le chiese Riformate hanno insistito su questo principio fino al giorno d’oggi.29

L’idea è certamente molto calzante a questo punto. La Scrittura non è un testo di teologia, ma è la registrazione scritta, infallibilmente ispirata, della rivelazione di Dio attraverso Gesù Cristo. Questa rivelazione ha avuto inizio in Paradiso ed è stata adempiuta in Cristo. Questa rivelazione comincia, quindi, all’alba della storia e continua fino a circa l’anno 100 d.C. Essa è una rivelazione intrecciata nella storia e parte della storia. E’ così che la Scrittura registra per noi la “storia” della rivelazione.

Tuttavia, essa è un ritratto unitario del Signore Gesù Cristo. Questo ritratto unitario contiene molte verità concernenti Cristo come la rivelazione di Dio. Queste verità furono rivelate immediatamente dopo la caduta dei nostri progenitori, anche se non pienamente. Esse furono fatte conoscere in misura gradualmente maggiore durante la storia.30

Il risultato è che ogni singola verità, ed ogni altra verità, formano la sola, unitaria, grande verità di Cristo. Queste verità si trovano dal principio alla fine della Bibbia. E’ è il compito del teologo ricercare le Scritture nella loro interezza, scoprire cosa qualsiasi parte della Scrittura possa dire concernente una data verità, e portare tutte le verità insieme in un sistema di verità unitario. Per formulare un tale sistema, il teologo dogmatico deve mostrare la relazione tra una singola verità e tutte le altre, in altre parole deve mostrare il luogo unico che ogni data verità occupa nel ritratto del Signore Gesù Cristo. Questa è la “regola della fede.”

Direttamente dalla regola della fede ne consegue il più fondamentale principio di interpretazione biblica: la Scrittura interpreta la Scrittura. Wood scrive: “La formula della Scrittura come sua propria interprete fu strettamente collegata da Lutero con un’altra: che ogni esposizione deve essere in accordo con l’analogia della fede. Ogni cosa deve essere ‘soppesata secondo l’analogia della fede e la regola della Scrittura’.”31

In ultima analisi questa regola della fede si trova nelle confessioni della chiesa. Già Lutero riconobbe questo. Secondo Wood: “I credi e le confessioni erano di valore solo fintanto che incorporavano la regola della Scrittura, come Lutero credeva che facessero le grandi affermazioni storiche. Egli richiedeva, tuttavia, che si facesse riferimento alla Scrittura nella sua interezza e non meramente a parti selezionate d’essa.”32

Hoeksema conclude la sua discussione con un promemoria di cui oggi c’è enorme bisogno: “Tutti i teologi e gli esegeti sani, Riformati, hanno sempre insistito che la Scrittura deve essere spiegata alla luce di se stessa e che i passaggi difficili devono essere spiegati in armonia con l’insegnamento corrente della Bibbia.”33

Le Confessioni ed il Metodo Teologico delle CPR

Il riferimento di Lutero alle confessioni come espressione della “regola della Scrittura” ci pone necessariamente dinanzi alla questione del ruolo delle confessioni nell’opera teologica della chiesa.34

La posizione delle CPR, fin dai loro inizi, è stata che la strada appropriata per un credente per andare alla Scrittura è quella delle confessioni della chiesa. Quest’affermazione apparentemente audace è stata messa in discussione perché è stata supposta dare alle confessioni un’autorità più grande di quella della Scrittura.

Tuttavia, ciò non è vero, e ci si accorgerà che non è vero se si comprende l’importanza delle confessioni nell’intera opera teologica.

Le confessioni sono scritte ed ufficialmente adottate dalla chiesa come affermazioni di ciò che la chiesa crede essere la verità della Scrittura. A volte queste confessioni trattano soltanto di un punto di dottrina (come il Credo di Nicene), a volte di vari punti di dottrine direttamente correlati gli uni agli altri (come i Canoni di Dordt), e a volte con la maggior parte delle verità se non tutte le verità della Scrittura (come il Catechismo di Heidelberg o la Confessione di Fede di Westminster). Ma, che i loro contenuti siano limitati, o che includano tutta la verità della Scrittura, esse sono scritte secondo la “regola della Scrittura,” o “l’analogia della fede.” Esse contengono tutto ciò che le Scritture insegnano a riguardo di un dato punto di dottrina, fin dove la chiesa lo ha compreso al tempo in cui fu scritta la confessione.35

Se la verità della Scrittura deve essere compresa in tutta la sua pienezza, allora deve essere compresa secondo questa “regola della Scrittura.” Siccome le confessioni contengono questa “analogia della fede,” la via per approcciare la Scrittura sono le confessioni. Cioè, il modo appropriato per studiare la Scrittura in qualsiasi dato passaggio è attraverso una conoscenza pervasiva ed un uso delle confessioni.

L’alternativa a questo metodo è che ogni qualvolta uno desideri imparare la verità della Scrittura, deve cominciare tutto da zero, giungere alla Scrittura senza alcuna idea di quale sia la verità. Ma nessuno va mai da nessuna parte secondo questo metodo, perché per ogni testo egli deve percorrere tutta la Scrittura per imparare cosa essa dice a riguardo. Ci sono voluti quasi 2000 anni alla chiesa per arrivare dove è adesso nel processo di comprensione della Scrittura. Un singolo individuo che pensa di poter realizzare durante il tempo della sua vita ciò a cui la chiesa ha lavorato per quasi 2000 anni è, a dire il minimo, orgoglioso.

Inoltre, la verità che la chiesa ha confessato nel passato è il diretto frutto dello Spirito di Verità che Cristo ha promesso alla chiesa (Giovanni 14, 15, 16) e che ha condotto nel tempo la chiesa nella verità. Ignorare tutta l’opera della chiesa nel passato è ignorare l’opera dello Spirito Santo come lo Spirito del nostro Signore Gesù Cristo nella Sua chiesa.

La chiesa di oggi costruisce sulla chiesa del passato. I teologi di oggi stanno sulle spalle dei teologi dei secoli scorsi, che a loro volta stavano sulle spalle dei loro predecessori. Kuyper si trovava sulle spalle di Calvino, e Calvino sulle spalle di Agostino, ed Agostino sulle spalle di Atanasio.

La confessione della chiesa cresce diventando un’imponente quercia, perché i teologi di una generazione prendono le confessioni della generazione passata, le assorbono nel loro pensiero, e poi studiano la Scrittura nelle sue profondità per portare quella verità compresa in tempi passati ad un’ancora maggiore chiarezza.

Ma ciò non conferisce alle confessioni un’autorità uguale se non superiore alle Scritture! No.

Le confessioni devono sempre essere confrontate e misurate con le Scritture. Le confessioni esprimono soltanto ciò che la chiesa attraverso l’opera dello Spirito di Verità ha dichiarato essere l’insegnamento della Parola di Dio. Queste confessioni non insegnano ciò che la Parola di Dio dice in un passaggio isolato, ma piuttosto esse esprimono qual è la regola della fede, ciò che le Scritture nel loro complesso insegnano a riguardo di un dato punto di dottrina. Ma queste stesse confessioni, anche se hanno superato la prova del tempo, devono continuamente essere sottoposte allo scrutinio della Parola di Dio, perché le Scritture sono scritte da Dio, le confessioni invece sono il prodotto della chiesa, l’opera di uomini fallibili, seppure guidati dallo Spirito di Verità.

La verità che le confessioni sono il frutto dello Spirito di Verità nella chiesa non cambia il fatto che esse si possono sbagliare. Proprio come la vita della rigenerazione è operata dallo Spirito di Cristo in un peccatore in cui vi è ancora molto peccato, così le confessioni sono l’opera dello Spirito nella chiesa in cui vi sono ancora molte imperfezioni. In piena coscienza della comprensione imperfetta del popolo di Dio, la chiesa ha sempre provveduto modi in cui le confessioni possono essere portate maggiormente in armonia con la Parola di Dio, se dovessero essere trovate in errore.

Ma ignorare e disprezzare le confessioni è voltare le spalle allo Spirito di Cristo e alla superba opera della chiesa nel passato per come condotta dallo Spirito ed è impoverire la propria comprensione della Parola di Dio.

Fede e Metodo Teologico

Un importante aspetto dell’opera teologica svolta nelle CPR è la dottrina del ruolo che la fede gioca nella vera conoscenza di Dio per come ci giunge nella Scrittura.

Herman Hoeksema ha indicato l’importanza cruciale della fede nella vera conoscenza, ma le implicazioni di questo sono state ulteriormente sviluppate. Includo qui alcuni aspetti di questo sviluppo.

Anche se il peccato, nel momento in cui è entrato nel mondo attraverso i nostri primi progenitori, ebbe profondi effetti sulla luce naturale della quale gli uomini sono stati dotati dal loro Creatore, esso non li ha privati della loro razionalità. Essi rimangono creature razionali e morali. Il problema del peccato si trova altrove.

Il peccato è una depravazione spirituale e morale che ha preso controllo dell’intero uomo. Il risultato è che il cuore peccaminoso dell’uomo è pieno di odio ed inimicizia contro Dio. In alleanza con Satana, che cerca di sovvertire Dio, l’uomo coopera con Satana per operare verso la realizzazione dei suoi propositi, e cioè un regno di tenebre nella creazione di Dio.

Il problema che ha l’uomo peccatore non è l’incapacità di conoscere (razionalità), ma è un rifiuto spirituale di credere qualsiasi cosa riguardante Dio. Senza la grazia, l’uomo è incapace di arrivare alla verità, perché la “luce, per come essa è, l’uomo in varie maniere la rende interamente contaminata, e la ritiene nell’ingiustizia” (Canoni III/IV:4), e “tutto ciò che è luce in noi è convertito in tenebre” (Confessione di Fede 14). Paolo parla di uomini “naturali” e dice di loro: “Ma l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono stoltezza per lui, né le può conoscere, perché esse sono discernite spiritualmente” (I Corinzi 2:14).

La mente dell’uomo, quindi, è incapace di appropriarsi della verità. Egli può certo imparare molte cose a riguardo della creazione e delle relazioni in cui si trovano varie creature l’una all’altra, ma egli nega la relazione in cui tutte le cose si trovano nei riguardi di Dio. E così egli non conosce niente in maniera vera.

Noi siamo liberati da una tale profonda ignoranza spirituale per l’opera di rigenerazione e conversione attraverso l’illuminante potenza dello Spirito Santo. In principio ciò include il fatto che l’influenza illuminatrice dello Spirito Santo dà al rigenerato figlio di Dio l’amore di Dio nel suo cuore, il desiderio di conoscere Dio, e di camminare in ubbidienza a Lui. La fede è un modo potente, ed in ultima analisi corretto, di conoscere. La fede è l’unico strumento per il quale una persona più acquisire la vera conoscenza. La fede dà a coloro che la possiedono una conoscenza che supera in modo totale la conoscenza del più colto dei non credenti. Questa è la ragione per cui il Salmista può dire: “Ho più intendimento di tutti i miei insegnanti, perché le tue testimonianze sono la mia meditazione. Io comprendo più degli antichi, perché osservo i tuoi precetti” (Salmo 119:99-100).36

La fede è, prima di tutto, il vincolo spirituale che unisce il credente a Cristo, e a Dio attraverso Cristo. In quanto un vincolo, la fede è anche conoscenza, la conoscenza di Cristo a cui il credente è unito. La fede è conoscenza perchè il suo oggetto è la Sacra Scrittura, in cui Cristo è rivelato. La fede riceve quelle Scritture come la Parola stessa di Dio concernente tutte le Sue opere.

Quando la fede ha come suo oggetto le Scritture, essa crede ciò che dicono le Scritture. E, nel credere ciò che dicono le Scritture, essa conduce a Colui che è reso noto in esse, il Signore Gesù Cristo. La fede porta sempre lo studente della Scrittura a Cristo Stesso, per lo Spirito di Cristo nel suo cuore. Con questa conoscenza della Scrittura, il credente ha un vero intendimento di ogni cosa.

Quindi la fede è una conoscenza personale, intima, esperienziale di Cristo, e di Dio attraverso Cristo. E’ quel tipo di conoscenza che un uomo ha della sua moglie caramente amata. E’ conoscenza razionale, intelligibile, ovviamente. Ma la fede è una conoscenza che trascende la conoscenza della mera ragione. La ragione può aiutare chi è rigenerato a comprendere la verità, per esempio nel comprendere come l’espiazione di Cristo si correla alla giustificazione per fede e al finale rinnovamento di tutte le cose.37 Ma la fede viene prima, e la ragione assiste la fede come un servo aiuta il suo padrone. La conoscenza che un credente ha di Cristo e di Dio è una conoscenza trascendente e personale. Se un uomo mi chiedesse di provare ragionevolmente l’esistenza di mia moglie nel momento in cui siedo col mio braccio attorno a lei sul divano, avrei pietà di quest’uomo e gli direi: “Che tipo di prova crederai se non credi che lei esiste quando ci vedi sedere qui insieme?” Così il credente guarda con pietà il non credente che gli chiede una prova dell’esistenza di Dio. “Che tipo di prova ti darò che ti convincerà, quando alberi e fiori e i cieli stellati parlano di Lui? E soprattutto, le Scritture parlano di Lui, e le Scritture stesse sono la Parola di Colui in cui credo. Se non credi in quella testimonianza non vi è prova che ti convincerà. Il problema tuo non è che la prova è inadeguata, il problema è che, come dice il proverbio: ‘Nessuno è così cieco come colui che non vuole vedere’.” Gli uomini hanno Mosè e i profeti, che ascoltino quelli. E se essi non ascolteranno Mosè e i profeti, non saranno persuasi nemmeno se uno dovesse risorgere dai morti (Luca 16:29-31). Cioè, non vi è nessuna prova “empirica” che convincerà il non credente. Egli ha bisogno della grazia!

La Scrittura è ricevuta da Dio per fede. Si può ben chiedere: “Tu ci indichi la Scrittura, ma come sappiamo che la Scrittura sia affidabile? Come sappiamo che la Scrittura è l’infallibile Parola di Dio?” La risposta a questa domanda non è spendere due anni a scrivere quindici libri per supportare con argomenti razionalistici che la Scrittura sia affidabile.38 Si possono bene apportare tutte le prove empiriche sotto al cielo in una maniera maestosa in modo che nessuna traccia di evidenza sia lasciata da parte. Ma chi sarà persuaso in questo modo? Il non credente? Egli non può nemmeno vedere il regno di Dio senza la rigenerazione (Giovanni 3:3). Il suo problema non è la mancanza di prove. Il suo problema è il peccato. Soltanto quando è rimosso il peccato gli sarà possibile “credere” la verità.

Quindi, in un senso, il credente non ha bisogno di alcuna prova. Ho bisogno di prove a riguardo del fatto che la Scrittura sia la Parola di Dio quanto ne ho bisogno per credere che la lettera che ho ricevuto oggi è di mia moglie. Io so che è sua. E’ la sua calligrafia. E’ il modo in cui lei parla. Lei sa cose che sappiamo soltanto lei ed io. Non vi è alcun ammontare di “evidenza” nel mondo di Dio che mi può persuadere che questa lettera non sia sua. Io la conosco.

Così il credente difende quanto dice sulla Scrittura. Come so che la Scrittura è la Parola di Dio? Beh, la Bibbia stessa lo dice. L’Autore scrisse il Suo nome su ogni sua pagina. Questo è il modo in cui Egli scrive. Questo libro contiene cose che soltanto Lui conosce. Io Lo conosco, e questo è quanto Lui dice. Non vi è alcun ammontare di prova che chiunque possa accumulare che confuterebbe ciò che evidente ed ovvio alla fede.

La prova per il diluvio non sta nei resti di una barca in un qualche lago ghiacciato sul monte Ararat. Essa è in Genesi 6-9. Se non si crede in questo, una scoperta dell’antica arca non aiuterà. La prova per il creazionismo non sta nei fossili, o nella colonna geologica, o nell’atomo, più di quanto la prova per l’evoluzione si trovi in queste cose. La prova della creazione sta in Genesi 1 e 2. “Essi hanno Mosè ed i profeti, che ascoltino quelli …” Il credente conosce perché egli è un credente. E questa fede gli dà più intendimento di tutti i suoi (increduli) insegnanti, o di tutti gli (increduli) antichi. Per fede non soltanto noi conosciamo, ma anche intendiamo che i mondi furono formati per la Parola di Dio (Ebrei 11:3). Le CPR sviluppano la teologia non in modi razionalistici, ma per fede nelle Sacre Scritture.

Un Metodo Accentrato su Dio

La teologia delle CPR è stata coerentemente accentrata su Dio. Una tale enfasi è risultata in un tipo di predicazione accentrata su Dio, e in una istruzione catechetica accentrata su Dio, ed in un’educazione al seminario teologico accentrata su Dio.

L’enfasi su Dio e la Sua gloria è la ragione per cui la dottrina della sovranità assoluta di Dio è così fortemente enfatizzata nelle CPR. La sovranità di Dio, che Egli esercita attraverso il Suo Figlio esaltato, il nostro Signore Gesù Cristo, è una sovranità che si estende a tutte le Sue opere, in cielo, in questa vasta creazione, e all’inferno. Il decreto di provvidenza, che include tutto ciò che traspira, è eseguito sovranamente. Angeli e diavoli sono sottoposti al Suo controllo. Niente accade in tutta la creazione che sia al di fuori dell’opera di Dio.

Questa sovranità deve essere sostenuta anche nell’opera di salvezza. L’assoluta sovranità di Dio nella salvezza significa che l’intera opera di salvezza, dal principio alla fine, è così completamente l’opera di Dio che nessuno spazio neppure minimo è lasciato all’opera dell’uomo. La sovranità esclude la libertà della volontà dell’uomo nello scegliere Dio. La sovranità include tutte le buone opere del popolo di Dio che sono eternamente preparate affinchè gli eletti le compiano (Efesini 2:10). Sovranità significa che perfino il volere e l’agire delle buone opere è opera di Dio, operate secondo il Suo beneplacito (Filippesi 2:12-13). La gloria di Dio nella salvezza della chiesa significa assoluta sovranità nell’opera della salvezza.

Questa verità, quando predicata dai pulpiti delle CPR, non nega o manomette in alcun modo la verità della responsabilità dell’uomo. La predicazione delle CPR insiste sulle obbligazioni che l’uomo ha di osservare i precetti di Dio. Ma, sostenere la verità della sovranità di Dio richiede che la predicazione enfatizzi due verità. La prima è che Dio chiederà conto a tutti gli uomini del loro peccato, ed Egli rende loro coscienti di questo mettendoli a confronto con le richieste del vangelo di ravvedersi dal peccato e di credere in Cristo. L’altra verità è che il vangelo è diretto come la buona novella della salvezza solo ai credenti, che dal punto di vista del decreto di Dio sono lo stesso che gli eletti. I precetti del vangelo, sono posti con urgenza alla coscienza del popolo di Dio, e dicono loro che Dio li ha salvati per la Sua potenza, che essi devono camminare in gratitudine per una tale salvezza, e che essi devono divenire sempre più ciò che la grazia li ha fatti divenire. Le parole di Agostino sono la chiave per comprendere il loro cammino nella santità: “Dà ciò che richiedi, e chiedi ciò che vuoi.” Questa gioiosa ubbidienza richiesta dal popolo di Dio non è qualcosa che è lasciata compiere alla loro propria forza, ma essi sono istruiti con parole di grazia e di amore a fuggire alla croce di Cristo. Nella croce essi troveranno perdono per i loro molti peccati, e in quella croce essi troveranno la forza e la grazia meritata per loro ed operata in loro dallo Spirito per metterli in grado di fare ciò che Dio richiede.

E se qualcuno dovesse dire: “Sì, ma andare alla croce è comunque la loro opera,” la risposta è che Dio non salva il Suo popolo come tozzi e blocchi,39 ma come persone che consciamente e volontariamente glorificano il Dio della loro salvezza. Dio li porta alla croce, e tuttavia in un modo talmente meraviglioso che sono essi stessi a fuggire per trovare rifugio nel loro Salvatore.

Questo accentramento su Dio è stato il principio che ha controllato la teologia di Herman Hoeksema. Non si può leggere la sua Dogmatica Riformata senza accorgersi di come l’intero sviluppo della teologia si accentra nell’opera di Dio per la Sua propria gloria. L’enfasi sul consiglio di Dio ed il punto di vista supralapsarista di Hoeksema sviluppa questi concetti in modo ulteriore e coerente.40 La sua dottrina della provvidenza, che enfatizza che tutte le cose che accadono sono per la gloria del nome di Dio in Cristo, hanno la stessa prospettiva. Nel trattare la dottrina dell’eterno patto di grazia di Dio, non ci si sorprende nello scoprire che Hoeksema comincia lo sviluppo dottrinale di questo concetto appellandosi al fatto che Dio vive una vita di patto all’interno del Suo stesso essere triuno, e che il patto di grazia non è nient’altro che la rivelazione di questa vita di perfetta beatitudine che Dio vive in Se Stesso.41

Ma forse questa enfasi non è in nessun altro luogo più prominente che nel suo trattamento degli attributi di Dio.42 Dopo aver suggerito un’altra distinzione rispetto a quella tradizionale tra attributi incomunicabili e comunicabili, Hoeksema procede a definire con molta accuratezza ogni perfezione di Dio. Ma in ogni caso egli si sforza di definire questi attributi come attributi di Dio. La grazia di Dio, ad esempio, riceve pieno trattamento come un attributo di Dio.43 L’interesse primario di Hoeksema non è nella questione del significato della grazia di Dio nei confronti del Suo popolo in Cristo. Il suo interesse primario è di definire la grazia come prima di tutto un attributo di Dio che caratterizza Dio nel Suo essere auto-sufficiente ed eternamente glorioso. Dio, è, se possiamo dire così, grazioso verso Se Stesso. Egli è, all’interno della Sua vita stessa, un Dio di grazia. La grazia che Egli mostra ad altri è soltanto una rivelazione attraverso Cristo di quell’attributo che appartiene all’essere divino stesso di Dio.44 Infatti, noi saremmo incapaci di comprendere la grazia nella sua vera significatività, in quanto i soli oggetti di essa sono gli eletti, se non capissimo prima di tutto che essa caratterizza l’essere stesso di Dio.

E così questa enfasi su Dio e la Sua gloria diviene il punto di partenza di tutta la dottrina e la vita delle CPR. Ciò ha anche la sua significatività pratica. Al popolo di Dio viene insegnato a pregare: “Sia santificato il Tuo nome,” cioè, la santificazione e la gloria del nome di Dio è più importante di qualsiasi altra cosa. Non importa, in ultima analisi, ciò che ci accade personalmente, fintanto che il grande nome di Dio è glorificato. Così dobbiamo pregare, così dobbiamo vivere, così dobbiamo essere in sottomissione alla sovrana volontà di Dio.

E, soprattutto, nella gloriosa opera di salvezza l’uomo non ha niente di cui vantarsi. Egli non ha fatto assolutamente niente per guadagnare o assicurarsi la sua salvezza. Egli canta dal cuore: “Tutto ciò che son lo devo a Te …” (versificazione del Salmo 139). Egli mette da parte ogni vanto, perché non vi è niente in lui di cui vantarsi. Egli sta in costante soggezione e meraviglia per il miracolo della grazia che ha salvato lui, un povero peccatore. Egli considera tutta la sua vita, con tutti i suoi doveri, responsabilità, lavoro, obblighi, sofferenze e tristezze, come una parte della salvezza, e come un grande privilegio datogli da un Dio di amore che lo sta preparando per la gloria e l’eternità che lo attende quando la gloria di Dio riempirà tutte le cose e lo ricolmerà del suo splendore e della sua beatitudine.

(Capitolo 11 di Herman Hanko, For Thy Truth’s Sake [Grandville, Michigan, USA: Reformed Free Publishing Association, 2000], pp. 199-229)

Per altre risorse in italiano, clicca qui.


Endnotes

1 Il libro fu pubblicato nel 1922.
2 La forza di questa accusa era nell’insistenza di Van Baalen sul fatto che negare la grazia comune necessariamente conduce a fuggire dal mondo. Non è stato mai dimostrato a quel tempo in che senso l’Anabattismo insegnava a fuggire dal mondo, né fu mai mostrato in modo preciso come negare la grazia comune sarebbe necessariamente risultato in una fuga dal mondo. Ma l’accusa è rimasta fino al giorno d’oggi.
3 Van Baalen, De Loochening der Gemeene Gratie, pp. 35-38. James Bratt fa riferimento a questa accusa di Van Baalen in Dutch Calvinism in Modern America, p. 112. Bratt dice che Van Baalen non soltanto accusò Hoeksema di avere una teologia a binario unico e di razionalismo, ma anche di essere colpevole della stessa cosa che lui steso aveva condannato in Janssen, e cioè porre la sua mente al di sopra della Scrittura.
4 Il rev. R. B. Kuiper, professore al Westminster Theological Seminary, e speaker alla mia cerimonia di laurea nel Maggio del 1952, dimostrò tale teologia a doppio binario nel suo discorso. Il titolo del suo discorso era “Il Bilancio che è il Calvinismo.” Egli si sforzo grandemente di dimostrare che il genio del vero Calvinismo era la sua abilità di tenere in un appropriato bilancio dottrine che erano, per quanto noi possiamo dirne, mutuamente contraddittorie, e quindi mutuamente esclusive. Tali dottrine erano ad esempio la responsabilità dell’uomo e la sovranità di Dio, e la libera offerta del vangelo ed il decreto di elezione e riprovazione di Dio, ecc.
5 Heyns, Manual of Reformed Doctrine, p. 197.
6 Gli articoli di Hoeksema, pubblicati nello Standard Bearer, furono più tardi preparati in forma di sillabo dalla Scuola Teologica delle Chiese Protestanti Riformate col titolo “The Text of a Complaint: A Critique about the ‘Clark Case.'” La Trinity Foundation più tardi pubblicò questo sillabo come un libro intitolato The Clark-Van Til Controversy. Alla discussione e gli argomenti coinvolti si fa riferimento anche in John M. Frame, Cornelius Van Til: An Analysis of His Thought (Phillipsburg, NJ: P&R, 1995), specialmente pp. 220-23. Sul più ampio punto dell’incomprensibilità di Dio, vedasi Fred H. Klooster, The Incomprehensibility of God in the Orthodox Presbyterian Conflict (tesi, University of Amsterdam, pubblicato da Franeker, Netherlands: T. Wever, 1951).
7 Hoeksema stesso suggerisce questo in più di un punto nel libro della Trinity Foundation a riguardo della controversia alle pagine 33, 53, come anche altrove.
8 Nel suo libro, Frame fa notare che l’intera dottrina del paradosso o delle contraddizioni apparenti era un principio che controllava la teologia di Van Til, e, di conseguenza, Van Til diceva che tutta la verità è paradossale. Vedasi pp. 63-95.
9 Ibid., p. 223.
10 Ciò non vuol dire che Dio non sia serio quando fa comandare di ravvedersi e credere in Cristo, comando che giunge a più che gli eletti. Dio è totalmente serio in questo, così tanto che Egli punisce eternamente all’inferno quelli che si rifiutano di ravvedersi. Questa è la Sua volontà precettiva, ed è questa che Egli sostiene rigorosamente. Il Catechismo di Heidelberg, Giorno del Signore 4, mette in evidenza che Dio deve sostenere le giuste richieste della Sua legge perchè lo richiede la Sua propria giustizia. Egli non può dire al peccatore: “Non mi interessa più in realtà se osservi la mia legge o la infrangi. Siccome sei totalmente depravato io ti scuso del fatto che non ubbidisci alla mia giusta legge.” Ciò sarebbe non conforme alla divina maestà e giustizia di Dio. Ma non dobbiamo interpretare il comando che giunge a più che gli eletti come un “desiderio” da parte di Dio di salvare tutti. Fare così è improprio, perché sposta il comando dalla volontà precettiva a quella decretiva di Dio.
11 Vedasi David J. Engelsma, Hyper-Calvinism and the Call of the Gospel, pp. 127-192. Vedasi anche il mio The History of the Free-Offer.
12 Traduzione da: Hoeksema, A Power of God unto Salvation.
13 Hoeksema, Reformed Dogmatics, pp. 25-43.
14 Hoeksema ha messo in evidenza nella sua analisi della controversia Clark-Van Til che la questione non era in realtà se Dio in Se Stesso fosse incomprensibile, ma piuttosto se la rivelazione di Dio è incomprensibile. Per quanto riguarda questo la controversia non ha mai chiarificato la differenza, e questo fallimento di mettere in chiaro la distinzione tra Dio come Egli è in Se Stesso e la rivelazione di Dio era una gran parte dell’incapacità da parte dei due protagonisti di mettersi d’accordo.
15 La Confessione di Fede 7 dice,  “Noi crediamo che questa Sacra Scrittura contiene perfettamente la volontà divina, e che tutto ciò che l’uomo deve credere per essere salvato, sia ivi sufficientemente insegnato …”
16 Calvino parlava del linguaggio di Dio come analogo a quello di una bambinaia che parla al suo bimbo in un modo che lui possa capire.
17 Cornelius Van Til, Common Grace (Philadelphia: P&R, 1947).
18 La serie di editoriali sulla “Grazia Comune” comincia nel vol. 19 (1 Dicembre 1942) e continua fino al vol. 20 (15 Ottobre 1943). I numeri sono 5-10, 12, 13, 15, 17 nel vol. 19, e numeri 1-2 nel vol. 20.
19 Herman Hoeksema, “Common Grace,” SB, 19 (15 Febbraio 1943), p. 221. Vedasi anche Frame, Cornelius Van Til, p. 155.
20 Hoeksema, “Common Grace,” p. 221.
21 Ibid.
22 Ibid., p. 222.
23 Hoeksema, The Clark-Van Til Controversy, p. 8.
24 Un esempio sarebbe: “Due per due=quattro.”
25 Hoeksema, The Clark-Van Til Controversy, p. 12.
26 Ibid., p. 26.
27 Ibid.
28 Ibid.
29 Thomas Miersma, “La Scrittura Interpreta la Scrittura: Spiritualmente.” Vedasi anche A. Skevington Wood, Captive to the Word (Grand Rapids: Eerdmans, 1969). In questo eccellente libro Wood ha un capitolo intitolato “Lutero e l’Interpretazione della Scrittura.” In esso si fa riferimento alla dottrina di Lutero della “regola della Scrittura,” o la “regola della fede,” o, come la chiama Lutero, “l’analogia della fede,” che Lutero definì come segue: “Ogni cosa deve essere soppesata secondo l’analogia della fede … L’analogia fidei è la Scrittura stessa.” Ciò che Lutero intendeva con analogia fidei è espresso chiaramente in queste sue parole: “L’interpretazione deve essere congruente alla norma generale della Parola di Dio” (p. 163). [Clicca qui per leggere un articolo a riguardo—N.d.T.]
30 Il mio professore di storia dell’Antico Testamento, il rev. Gorge M. Ophoff, era solito parlare di questa rivelazione paragonandola ad una rosa, che quando all’inizio si trovava in Paradiso era simile ad un piccolo bocciolo, ma che poi crebbe e si dischiuse fino a che il pieno fiore di Cristo Gesù in tutta la Sua gloria fu pienamente rivelato.
31 Wood, Captive to the Word, p. 163. Wood, nello spiegare cosa dice Lutero qui, mostra falsa l’asserzione di Van Til a riguardo delle contraddizioni quando cita Lutero che dice: “Ogni esposizione dovrebbe essere in accordo con l’analogia della fede” (enfasi del traduttore).
32 Ibid. Wood usa un’incisiva citazione da Lutero: “Gli abominevoli sofisti … supportano loro stessi con la Scrittura, perché essi apparirebbero derisibili se cercassero di non far altro che meramente forzare i loro sogni sugli uomini; ma essi non citano la Scrittura nella sua interezza. Essi rubano ciò che appare favorirli in qualche testo, ma ciò che è contro di loro o lo celano astutamente o lo corrompono con le loro scaltre glosse.” Quanto è vero tutto questo anche oggi! Infatti per supportare la libera offerta si “ruba ciò che appare favorirli” e invece testi che insegnano precisamente l’opposto delle loro interpretazioni di passaggi selezionati impropriamente sono messi da parte facendo appello alle contraddizioni apparenti.
33 Hoeksema, The Clark-Van Til Controversy, p. 53.
34 Per una discussione di questo punto vedi il mio articolo “Le Confessioni nella Vita della Chiesa” (SB 58, I Luglio 1982, pp. 416-419).
35 Nessuna confessione e nessuna teologia esaurirà la conoscenza di Dio come contenuta nella Sacra Scrittura. Ma non dobbiamo concludere che le confessioni della chiesa contengono solo brandelli di verità. Lo sviluppo della verità attraverso le epoche non è come collezionare pezzettini dalla Scrittura, incollati o raggruppati insieme in un modo arbitrario; ma è come la crescita di un albero da un piccolo alberello (contenuto nel Credo di Nicene) fino alle grandi confessioni del sedicesimo e diciassettesimo secolo. Ma che quel corpo di verità consista di un piccolo alberello o di una imponente quercia fatto rimane che tutta la verità è contenuta in entrambi.
36 Il Salmista non sta reclamando un intelletto superiore, in quoziente di intelligenza più elevato, per così dire. Egli reclama “intendimento.” In altre parole, egli intende perfino le cose terrestri meglio del più colto degli empi. Egli, anche se relativamente meno colto, comprende, per esempio, come questa creazione venne all’esistenza attraverso il comando divino in sei giorni di 24 ore, ed egli comprende che il proposito di Dio per l’intera creazione è di glorificare Se Stesso nei nuovi cieli e nuova terra attraverso Cristo. Dunque egli comprende cose molto migliori del colto scienziato plurilaureato in fisica che insegna che tutte le cose vennero all’esistenza per virtù di un “big bang” qualcosa come 10 o 15 miliardi di anni fa. Il secondo è uno stolto. Egli non ha intendimento.
37 Se Lutero chiamò la ragione “la prostituta del diavolo” quando faceva riferimento alla ragione che si basava sulla propria potenza conoscitiva indipendente, egli fece riferimento ad essa anche come “l’ancella della fede” [quando per “ragione” intendeva “logica formale”—N.d.T.].
38 Non intendo negare che la chiesa dovrebbe confutare le contenzioni dei critici della Scrittura. La chiesa di certo fa questo sulla base della stupidità delle loro contenzioni. Ma la Bibbia rimane la Parola di Dio senza il tipo di prova che noi chiamiamo “empirica.” La prova empirica, in questo caso, non è necessaria per il credente e non persuaderà mai il non credente. Cercare di seguire questo metodo è razionalismo.
39 Herman Hoeksema era solito dire dal pulpito: Dio non ci porta in cielo nella cuccetta di un dormitorio di pullman. Egli ci salva come creature razionali e morali. Egli ci salva in modo tale che il Suo popolo possa glorificarlo mentre in modo cosciente giunge a conoscenza della sua salvezza in modo sempre maggiore.
40 Hoeksema, Reformed Dogmatics, pp. 153-65.
41 Ibid., p. 152.
42 Ibid., pp. 61-130.
43 Ibid., pp. 107-12.
44 Ibid.
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