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CR News – Dicembre 2012  •  Volume XIV, Issue 8

Non giudicare! (2)

Nel nostro ultimo numero delle News, abbiamo considerato il giudicare che non è proibito (e il giudicare retto che è richiesto). Ora dobbiamo bisogno di soffermarci su quel tipo di giudizio che è illecito: “Non giudicate, affinché non siate giudicati.” (Matteo 7:1).

Non dobbiamo giudicare qualcuno per quanto riguarda gli “adiaphora,” cioè, sulle cose indifferenti. Romani 14 e 1 Corinzi 8 insegnano che quello degli “adiaphora” è una categoria biblica. Per esempio, se una persona mangia solo vegetali questa non è una cosa peccaminosa in sé, perciò nessuno dovrebbe giudicare o disprezzare colui o colei che lo fa. “Poiché il regno di Dio non è mangiare e bere, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Romani 14:17).

Non dobbiamo giudicare anche in materie che non ci appartengono, né dobbiamo intervenire in liti che non rientrano nei nostri affari. “Il passante che si immischia in una lite che non lo riguarda, è come chi prende un cane per le orecchie” (Proverbi 26:17). Pietro esorta così, “Nessuno di voi abbia a soffrire … perché si impiccia negli affari degli altri” (1 Pietro 4:15).

Nemmeno possiamo giudicare senza essere a conoscenza dei fatti pertinenti del caso. Se davvero ci riguarda giudicare su una questione, dobbiamo ascoltare tutti le parti della stessa. Senza ascoltarli tutti, non siamo nella posizione di giudicare. Solo perché una delle parti è in anticipo nel presentare la sua prospettiva non è una garanzia che costui sia nel giusto. “Il primo a perorare la propria causa sembra che abbia ragione; ma viene poi l’altro e lo esamina” (Proverbi 18:17).

Non dobbiamo giudicare le motivazioni degli altri. Sapete chi fu colpevole di giudicare le motivazioni di qualcuno, essendo forse l’esempio biblico più famoso di questo peccato? Il diavolo! Satana giudicò le motivazioni di Giobbe: “È forse per nulla che Giobbe teme DIO?” (Giobbe 1:9). Egli fu così malvagio e incallito nel suo male che accusò di peccato contro il santo Giobbe, facendo un’accusa a Dio stesso! Ma il diavolo si sbagliava totalmente. Contrariamente alla calunnia di Satana (10), Giobbe non serviva Dio per quello che poteva ricavarne. Egli serviva Dio perché lo amava e lo temeva (1). Dio solo conosce le motivazioni segrete dell’uomo. “Perciò non giudicate nulla prima del tempo, finché sia venuto il Signore, il quale metterà in luce le cose occulte delle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori; e allora ciascuno avrà la sua lode da Dio” (1 Corinzi 4:5).

Non dobbiamo giudicare senza misericordia. L’amore ci richiede di non attribuire motivazioni malvagie ad azioni buone. L’amore ci richiede di porre la migliore considerazione possibile su azioni dubbie. Noi non dobbiamo condannare un “uomo per una parola” (Isaia 29:21). C’è anche da ricordare di mitigare le circostanze e che inoltre anche noi stessi siamo deboli e peccatori. Chiediamoci, “come avrei reagito in quella situazione? Forse, anche io avrei …”

Né dobbiamo giudicare per iper-criticismo. Alcune persone amano giudicare, criticare, abbattere. Sono sempre alla ricerca di una pecca che prontamente esagerano oltre ogni misura. Costoro sono felici quando hanno qualcosa da criticare e tristi quando non possono trovare pecche in quanto si ritrovano con nulla da dire.

Nemmeno dobbiamo giudicare secondo la nostra propria giustizia. Questo è il peccato dei Farisei nella parabola del Signore: “Il fariseo, stando in piedi, dentro di sé pregava così: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come quel pubblicano. Io digiuno due volte la settimana e pago la decima di tutto ciò che possiedo” (Luca 18:11-12). Quando abbattiamo gli alti, lo facciamo spesso per farci apparire bene e per sentirci bene, perché quando puntiamo il dito verso i peccati degli altri è difficile ricordare i nostri stessi peccati. Se non stiamo confessando i nostri peccati a Dio, e facendo esperienza del perdono per la croce e lo Spirito di Cristo, l’accusare diviene una sorta di sostituto. “Devo avere sollievo dalla colpa dei miei peccati, ma non ho intenzione di umiliarmi dinnanzi l’Iddio Trino. Piuttosto, parlerà di quando malvagi sono gli altri e dopo non mi sentirò così colpevole.”

Non dobbiamo giudicare come se fossimo i giudici ultimi. Dio solo è il supremo giudice ed Egli giudica secondo la Sua Parola (Giovanni 12:48). I nostri giudizi sono provvisori. Geova è il giudice di tutta la terra, il mio e il tuo giudice. Perciò non dobbiamo mai pensare o parlare come se il nostro giudizio fosse supremo e finale.

Avendo visto i generi di giudizio che sono peccaminosi, consideriamo ora la sfera nella quale questi giudizi peccaminosi sono particolarmente proibiti. Leggiamo tre versi che seguono quasi immediatamente la proibizione del Signore in Matteo 7:1: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Ovvero, come puoi dire a tuo fratello: “Lascia che ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre c’è una trave nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello.” (3-5). Tuo fratello! Non tanto tuo fratello fisico, ma il tuo fratello (o sorella) spirituale nella chiesa!

Ovviamente, un giudicare peccaminoso è proibito in tutte le sfere: famiglia, casa, posto di lavoro, scuola, vicinato ecc., ma in Matteo 7 viene proibito con particolare riguardo ai santi nella chiesa. Essi sono coloro che dovremmo amare in particolar modo (1 Corinzi 13:4-7) e perciò dovremmo essere meno inclini al giudizio verso di loro (Matteo 7:1-5).

Ma se non stiamo camminando con il Signore, è spesso vero l’esatto opposto. Mostriamo pazienza e gentilezza verso quasi tutti, ma giudichiamo peccaminosamente i nostri fratelli e sorelle nella chiesa. Questo non deve accadere!

Non dobbiamo giudicare sgarbatamente le motivazioni dei nostri fratelli, o giudicarli frettolosamente o senza ascoltarli, o guardare sospettosamente ad ogni parola o atto. Non dobbiamo essere iper-critici verso un anziano, un ministro o un diacono così che tutte o quasi tutte le cose che fanno vengono viste con sospetto o con occhio giudicante. Né dobbiamo giudicarli secondo la nostra propria giustizia, facendo così apparire buoni noi stessi e facendoci sentire bene. Piuttosto, in quanto redenti di Cristo e nati di nuovo, amiamoci “intensamente gli uni gli altri di puro cuore” (1 Pietro 1:22-23). Rev. Stewart


La Fuga di Mosè dall’Egitto

“Ma, quando giunse all’età di quarant’anni, gli venne in cuore di andare a visitare i suoi fratelli: i figli d’Israele. E, vedendo ne uno che subiva un torto, lo difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egiziano. Or egli pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio stava per dar loro liberazione per mezzo suo, ma essi non compresero” (Atti 7:23-25).

Nell’ultima News, ho risposto alla domanda: “Era giusto da parte di Mosè uccidere l’egiziano alla luce di Atti 7:24-25, o era un omicidio?” Da allora, un fratello ungherese ha scritto che avrebbe voluto avere più chiarimenti sulla questione, soprattutto per quanto riguarda la narrazione degli eventi in Esodo 2:11-15. L’impressione è che in questo passo Mosè fuggì dall’Egitto perché il re venne a sapere dell’uccisione dell’egiziano e divenne, giustamente, furioso. Infatti, il testo dice, “Allora Mosè ebbe paura, e disse: «Certamente la cosa è risaputa»”.

La difficoltà è che Ebrei 11:27 ci dice che “Per fede lasciò l’Egitto senza temere l’ira del re, perché rimase fermo come se vedesse colui che è invisibile.” Ebrei 1, ugualmente ispirato dallo stesso Spirito santo che ha inspirato la narrazione in Esodo 2 e che ispirò il discorso di Stefano davanti al Sinedrio in Atti 7, dice che Mosè non ebbe paura del re. Dobbiamo accettarlo e interpretare gli altri passaggi alla luce di Ebrei 11:27.

Possiamo giungere ad una corretta comprensione di tutta la questione applicando il grande principio Riformato di interpretazione Biblica: la Scrittura interpreta la Scrittura.

Prima di tutto, stabiliamo il punto che l’uccisione dell’Egiziano non fu un omicidio né una violazione del sesto comandamento. Stefano lo afferma chiaramente. Egli dice esplicitamente che Mosè vide un israelita soffrire ingiustamente; che egli difese l’israelita, che lo vendicò e che “egli pensava che i suoi fratelli avrebbero capito che Dio stava per dar loro liberazione per mezzo suo” (Atti 7:25).

Dobbiamo notare delle cose riguardo questo discorso di Stefano. Egli era in giudizio dinnanzi al Sinedrio per aver violato la legge Giudaica. Stava raccontando la storia di questa nazione. Se avesse fatto degli errori nella sua narrazione della storia di Israele, il Sinedrio si sarebbe avventato su di lui e avrebbe detto che Stefano non conosceva nemmeno la storia di quella nazione. Ma, a quanto pare, essi accettarono come vere le parole di Stefano.

Inoltre, il messaggio di Stefano sottolinea che la nazione malvagia di Israele fu sempre contraria e oppose sempre il proposito di Dio. Tale enfasi nel discorso di Stefano giunge al suo apice in Atti 7:51: “Uomini di collo duro ed incirconcisi di cuore e di orecchi, voi resistete sempre allo Spirito Santo; come fecero i vostri padri, così fate anche voi.”

Quindi, l’accusa dell’israelita che disse a Mosè, “Chi ti ha costituito principe e giudice su di noi? Vuoi uccidermi come hai ucciso l’Egiziano?” (Esodo 2:14) era un vero e proprio resistere allo Spirito Santo.

Dall’altro lato, Mosè era conscio “per fede” che Dio lo aveva chiamato a liberare Israele dall’Egitto, come Egli aveva promesso ad Abrahamo (Genesi 15:13-14). E non solo Mosè comprese ciò, ma anche Israele lo capì. Essi conoscevano quello che Dio aveva detto ad Abrahamo così come lo sapeva Mosè. Sapevano che i quattrocento anni erano conclusi. Mosè uccise l’egiziano perché era la concreta prova di quello che Ebrei 11:24-26 descrive come la sua scelta per fede di rifiutare “di essere chiamato figlio della figlia del Faraone, scegliendo piuttosto di essere maltrattato col popolo di Dio” – popolo al quale la promessa di Cristo era stata fatta.

Il peccato di Mosè di Uccidere l’egiziano consisteva piuttosto nel fatto di aver preso la questione nelle sue mani e di non aver atteso l’indicazione di Dio e quello che doveva essere l’opera Sua.

Quando Mosè realizzò che quel particolare israelita non voleva avere alcuna parte nella liberazione della nazione dall’Egitto, e quando Mosè realizzò che la sua uccisione dell’egiziano era nota (come ci dice Esodo 2), comprese anche che la nazione non si sarebbe sollevata con lui contro l’oppressore. Era l’inizio di una lunga serie di eventi nella storia di Israele che mostrarono come l’Israele infedele non voleva alcun ruolo nell’opera di Dio. Costoro si ribellarono contro Mosè ripetutamente. Si lamentarono in continuazione della mancanza d’acqua, provarono disgusto al miracolo della manna, si lamentarono delle difficoltà del percorso attraverso il deserto e del loro desiderio di ritornare in Egitto dove vi erano meloni, porri e agli. Sin dall’inizio, essi opposero l’opera di Dio di liberarli dall’Egitto

Ma dobbiamo fare un passo indietro. Mosè scappò dall’Egitto, come ci dice Ebrei 11, non perché temette il re, ma perché realizzò, grazie alla reazione del suo fratello israelita, che egli era stato presuntuoso nel prendere su di sé la liberazione di Israele quando gli parve il momento, invece di attendere il Signore. Questa è la forza e il significato di Ebrei 11:27: “Per fede … rimase fermo come se vedesse colui che è invisibile.”

In altre parole, la sua fede non vacillò fino a quando credette che Dio avrebbe adempiuto la Sua promessa ad Abrahamo di liberare Israele. Ma egli “rimase fermo,” cioè, egli era disposto ad accettare il rinvio e ad attendere il Signore perché è Lui che sceglie i Suoi tempi, chiama Mosè per la Sua via, lascia Israele in Egitto fino a quando sono pronti per essere liberati e aspetta che l’Egitto riempisse la coppa d’iniquità così che la loro punizione e distruzione potesse essere manifestata come giusta (Genesi 15:16).

Lo stesso peccato afflisse Giacobbe il quale non poté aspettare Dio che potesse dargli la primogenitura a Suo tempo dovuto e nella Sua maniera, e che prese la questione nelle sue stesse mani comprando la primogenitura per una scodella di zuppa, ingannando suo padre cieco per prendersi la benedizione e facendo trucchi in Padanaram nel tentativo di guadagnare più bestiame di Laban possibile. Fu solo a Jabbok, lottando con Dio, che l’Altissimo gli mostrò che egli non poteva non poteva guadagnare la primogenitura secondo i suoi piani e grazie alla sua forza. Geova glielo avrebbe data a Suo tempo.

Questo è un peccato che affligge tutti noi. Noi prendiamo le questioni nelle nostre proprie mani a causa della frustrazione di quello che ci sembra un ritardo di Dio e una Sua indifferenza a ciò che desideriamo. Vogliamo le cose a modo nostro, nel nostro tempo e grazie alla nostra capacità. È nella consapevolezza di questo pericolo nelle nostre vite che le Scritture ci ammoniscono ripetutamente di attendere il Signore: “Spera fermamente nell’Eterno; sii forte, si rinfranchi il tuo cuore; spera fermamente nell’Eterno” (almo 27:14). Prof. Hanko


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